I Documenti Diplomatici Italiani

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MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI COMMISSIONE PER LA PUBBLICAZIONE DEI DOCUMENTI DIPLOMATICI
I DOCUMENTI DIPLOMATICI ITALIANI

condiviso da ANVGD AREZZO

UNDICESIMA SERIE: 1948-1953
VOLUME I
(8 maggio – 31 dicembre 1948)

Link: http://www.farnesina.ipzs.it/series/

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ISTITUTO POLIGRAFICO E ZECCA DELLO STATO
LIBRERIA DELLO STATO
ROMA MMV

Con questo volume ha inizio la serie undicesima della collezione dei Documenti Diplomatici Italiani dedicata alla pubblicazione del materiale relativo alla prima legislatura repubblicana. Questo volume affronta i temi riguardanti la politica estera del primo governo repubblicano costituito dopo l ‘entrata in vigore, il 1° gennaio 1948, della Costituzione repubblicana. A partire da questa serie undicesima infatti, la collezione assume, come criterio organizzativo per la pubblicazione, la suddivisione del materiale documentario secondo la durata dei singoli governi repubblicani, salvo casi eccezionali, di sovrabbondanza della documentazione (come proprio questo volume d’esordio mostra), di importanza del periodo storico al quale essa si riferisce e di durata non breve del governo in carica. Il Parlamento eletto il 18 aprile iniziò i suoi lavori 1’8 maggio 1948. Il 12 maggio Alcide De Gasperi, presidente del Consiglio, presentò le sue dimissioni, che vennero respinte; tuttavia De Gasperi operò un profondo rimpasto nel suo Gabinetto, mantenendo l’alleanza quadripartita con i partiti repubblicano, liberale e socialdemocratico e impegnando ancora il conte Carlo Sforza a ricoprire la carica di ministro degli esteri. Il «nuovo» governo durò sino al 12 gennaio 1950 e ciò spiega la necessità di una cesura per questo volume al 31 dicembre 1948. .Del resto il periodo allora attraversato dall’Italia imponeva sceltedi fondo sul piano internazionale, scelte rispetto alle quali le carte disponibili hanno una mole tale da imporre, nonostante rigorosi criteri di selezione, la pubblicazione di una serie assai cospicua di documenti e da rendere necessaria la loro suddivisione in più di un volume.
Circa l’importanza del periodo, è appena il caso di ricordare che da almeno un anno il conflitto che divideva l ‘Europa in due blocchi contrapposti, legati l ‘uno agli Stati Uniti d’America e l’altro all’Unione Sovietica, stava avviandosi verso le scelte di fondo più impegnative. Il piano Marshall, annunciato nel giugno 1947, era sul punto di entrare in applicazione pratica, dopo che nell’aprile 1948 il Congresso americano aveva creato l’E.C.A. (Economie Cooperation Administration). l’organizzazione alla quale era affidato il compito di porre in essere l’E.R.P. (European Recovery Program), cioè il progetto di aiuti che il Congresso americano aveva trasformato in legge nel febbraio dello stesso anno. Tuttavia gli aiuti economici erano frattanto divenuti solo una parte dell’impegno americano. Dal gennaio 1948 il ministro degli Esteri britannico, Ernst Bevin, aveva posto pubblicamente sul tappeto un tema già oggetto di negoziati militari riservatissimi, la questione dell’ organizzazione di un sistema di difesa militare dell’Occidente. Era il progetto dal quale, il 17 marzo 1947, nacque il Patto di Bruxelles, l’alleanza tra Gran Bretagna, Francia e Benelux; ma era anche il primo passo del complesso negoziato che subito dopo sarebbe iniziato, in vista della creazione di una più vasta alleanza, rispetto alla quale la posizione italiana rimase imprecisata sino all’inizio del 1949. Parallelamente, quei mesi segnavano anche l’emergere delle prime manifestazioni europeistiche di una IX certa risonanza. Nel maggio 1948 ebbe luogo all’ Aja, quel Congresso europeo dal quale sarebbe poi nato il Consiglio d ‘Europa ma che al momento contribuì non poco a confondere la percezione dei problemi sul tappeto da parte dell’opinione pubblica: se i negoziati riguardassero la creazione di un sistema integrato europeo oppure di un’alleanza militare atlantica, oppure, ancora, di alleanze collegate da qualche altra formulazione giuridica.
Mentre il «sistema» occidentale procedeva abbastanza speditamente verso il proprio rafforzamento, anche l’Un ione Sovietica cercava, sebbene con minor successo, di rafforzare il suo controllo sull’Europa orientale. Dopo che, all’inizio del 1948, la Cecoslovacchia aveva cessato di essere governata da una coalizione di partiti abbastanza eterogenea e non collimante alla perfezione con «l’internazionalismo socialista» (cioè l’alleanza con l’URSS) che costituiva il principio unificante delle alleanze sovietiche, per divenire un pieno e fedele satellite di Mosca, sotto la guida di Klement Gottwald, due erano i temi che condizionavano il consolidamento della politica sovietica: la questione tedesca e la coesione del Cominform. Per quanto riguardava la questione tedesca, il governo di Mosca doveva ancora assumere le proprie definitive determinazioni e, in tale frangente, la questione di Berlino rappresentava uno dei passaggi critici più ardui, poiché essa consentiva l’esistenza, nella zona d’occupazione sovietica, di un’area di libertà, essendo, come è noto, Berlino costituita in «corpo separato» diviso in quattro zone d ‘occupazione, tre delle quali collegate alle zone occidentali della Germania. Parallelamente, anche le potenze occidentali si preparavano a porre le basi politiche e istituzionali sulle quali sarebbe nata, l’anno successivo, la Repubblica federale di Germania. Si colloca in tale contesto la crisi determinata dal cosiddetto «blocco di Berlino», cioè dalla decisione assunta dai Sovietici nel giugno 1948, una decisione che nel presente volume viene presentata nella sua portata per la diplomazia italiana, di impedire i liberi traffici tra le zone occidentali dell’antica capitale tedesca e le rispettive zone d’occupazione.
Questa crisi, che sarebbe terminata solo nel maggio 1949, metteva in luce una delle persistenti difficoltà sovietiche: quella riguardante i rapporti con la Germania orientale.
Accanto a questo tema, e forse ancora più rilevante per i suoi riflessi sulla politica estera italiana, va ricordata la frattura tra la Yugoslavia e l’Unione Sovietica.
L’espulsione della Yugoslavia dal Cominform, alla fine del giugno 1948, se non portò a una completa rottura diplomatica fra i due paesi, mise in luce la divaricazione esistente tra l’esigenza sovietica di ottenere che i paesi satelliti seguissero una politica interna e internazionale perfettamente coerente con il dettato staliniano e, per contro, la tenace propensione del presidente yugoslavo, il maresciallo Tito, a seguire una propria visione della politica balcanica e europea della Yugoslavia. Questa frattura, che rendeva la Yugoslavia assai preziosa agli occhi delle potenze occidentali, aveva riflessi sulla situazione italiana rispetto alla questione del Territorio Libero di Trieste e alla possibilità che la dichiarazione tripartita del marzo 1948, relativa alla volontà delle potenze occidentali di restituirlo tutto ali’ italia, fosse ancora attuabile.
Dinanzi a questa situazione l’Italia, che aveva appena subito l’umiliazione deltrattato di pace e che a fatica ristabiliva relazioni regolari con tutti i paesi del mondo, doveva anzitutto affrontare i temi relativi alla completa applicazione delle clausole non ancora definite del trattato di pace e doveva, al tempo stesso, prendere posizione rispetto al processo di formazione del «blocco occidentale». Per quanto riguardava il primo aspetto, la novità della situazione yugoslava metteva la diplomazia italiana in una situazione più che mai critica e proiettava verso un avvenire poco definibile la necessità di trovare un compromesso che non inducesse Tito a ritornare alla piena lealtà verso l’URSS. Ma questo era un tema che non poteva essere guardato se non in una prospettiva di medio termine, se è vero che solo nel 1954 esso trovò una prima soluzione di compromesso.
Ben più complesso era l’insieme dei temi riguardanti l’applicazione delle altre clausole del trattato di pace. I documenti pubblicati in questo volume illustrano i tentativi italiani di ottenere un alleggerimento delle clausole riguardanti la consegna di navi italiane ai vincitori e, in particolare all’Unione Sovietica; ma soprattutto documentano in maniera quanto mai ricca i negoziati riguardanti il futuro delle colonie prefasciste dell’Italia. Mentre non si nutrivano serie speranze su un recupero dell’Eritrea, molto si discuteva della situazione della Somalia e di quella della Libia.
Circa la Somalia, dopo la crisi itala-britannica del gennaio 1948 per i sanguinosi incidenti avvenuti a Mogadiscio, affiorava l’ipotesi di un’Amministrazione fiduciaria che l’O.N.U. avrebbe potuto affidare all’Italia. Più complessa la questione libica, circa la quale le ambizioni italiane di ottenere una parte del territorio (la Tripolitania) in amministrazione fiduciaria si intrecciavano con le ambizioni britanniche sulla Cirenaica e francesi sul Fezzan. Ma più ancora rilevante era il fatto che da parte statunitense fosse già evidente una ferma opposizione rispetto a ogni rafforzamento della presenza inglese nel Mediterraneo orientale e da parte sovietica riaffiorassero le ambizioni a acquisire un ruolo nell’antica colonia italiana. Solo nel tardo autunno del 1948 la questione libica venne direttamente affrontata in un negoziato diretto fra Roma e Londra. La documentazione di questa prima fase del negoziato (che avrebbe portato a un effimero accordo nel maggio 1949) è riprodotta nel presente volume.
La questione dominante l’azione internazionale dell’Italia fu però, in quei mesi come nei primi mesi del 1949, l’atteggiamento da assumere verso il movimento europeo e, più ancora, verso i negoziati da tempo avviati in maniera preliminare ma iniziati segretamente nel luglio 1948 a Washington. Il tema si proponeva in una serie di aspetti in parte derivanti dalle difficoltà interne a prendere posizioni troppo nette anche sul piano internazionale; in parte derivanti dalla necessità in cui l ‘Italia ancora si trovava, di non compiere scelte troppo esplicite nel momento in cui appariva ancora utile non partecipare apertamente a uno schieramento che l’Unione Sovietica giudicava ostile; infine, ma soprattutto, derivanti anche dalla diversità di opinioni esistente fra i paesi occidentali rispetto alla posizione da assegnare ali’ Italia, che solo con un certo sforzo di immaginazione geografica poteva essere considerato un paese «atlantico» ma che politicamente era già integrata nel sistema occidentale grazie alle posizioni assunte rispetto al piano Marshall e ai movimenti europei.
Questi temi, che sono stati oggetto di studio da parte di molti autori, i quali hanno pubblicato anche un buon numero di documenti riprodotti nel presente volume (basti qui ricordare, tra gli altri, B. Bagnato, O. Barié, M. De Leonardis, G. Formigoni, L. Nuti, P. Pastorelli, M. Toscano, B. Vigezzi) questi temi trovano ora una sistemazione coordinata che permette di cogliere tutte le sfumature del problema e consente anche di scorgere aspetti che nella loro complessità e nelle intersezioni che li caratterizzarono, in definitiva, sono ancora poco conosciuti o non sono stati adeguatamentemessi in rilievo.
Sul piano della politica interna, al quale in questa sede è necessario solo alludere, occorre rilevare che i partiti politici italiani, appartenenti alla coalizione di governo o all’opposizione, erano in gran parte impreparati a affrontare un tema così ostico come quello di aderire a un’alleanza politico-militare. Forse solo i maggiori protagonisti della vita italiana, uomini come De Gasperi o Sforza, avevano la chiara percezione della necessità di affrontare un tema che viceversa, sul piano diplomatico, veniva con insistenza messo in evidenza, benché con opinioni divergenti, da tutti gli ambasciatori presso le grandi capitali occidentali e a Mosca.
Tuttavia, proprio gli aspetti diplomatici della vicenda presentavano esigenze contraddittorie.
Appariva prematuro partecipare a intese formali che avrebbero approfondito il distacco dell’Italia dalla politica sovietica proprio quando era invece necessaria quella normalizzazione che venne affidata all’ex ministro del commercio con l’estero, on. U go La Malfa al quale fu affidato il compito di guidare una delegazione a Mosca, dove La Malfa rimase a lungo, non senza suscitare l’allarme degli occidentali rispetto alla coerenza delle scelte di fondo italiane, ma raggiungendo il risultato di stipulare un accordo commerciale, firmato alla metà del dicembre 1948. 
Questo accordo, che nel presente volume trova accurata documentazione, non modificava l’orientamento occidentale dell’Italia eppure esso, anche per il momento in cui veniva sottoscritto, era un primo, misurato segnale dato dal governo di Roma, circa la sua intenzione di non legare completamente l’avvenire economico della penisola alle sorti dei negoziati per l’alleanza occidentale. Tali negoziati proseguivano frattanto nell’incertezza circa la posizione italiana. Le pressioni di Pietro Quaroni, ambasciatore a Parigi, Tommaso Gallarati Scotti, ambasciatore a Londra e soprattutto quelle di Alberto Tarchiani, ambasciatore a Washington erano solo sommessamente bilanciate dalle reticenze di Manlio Brosio, che da Mosca rilevava i vantaggi di una politica di neutralità. Il problema vero stava nel fatto che sebbene Sforza e Tarchiani con De Gasperi (che era tuttavia condizionato dalle resistenze interne al partito della Democrazia cristiana) fossero convinti della necessità che l’Italia assumesse una posizione risoluta, la scelta era resa difficile non solo dalla esitazioni interne ma anche dall’incertezza delle maggiori (e minori) potenze occidentali sul ruolo da destinare alla Penisola. Si discuteva del contributo effettivo che l’Italia avrebbe potuto dare alla difesa dell’Occidente e molti giudicavano tale contributo fosse «more a liability than an asset». Si pensava perciò a un accordo mediterraneo, nel quale includere forse la Grecia e la Turchia e magari anche la Spagna. Alla fine del 1948 la situazione non era ancora del tutto chiara. Tuttavia questo volume suggerisce già il momento di svolta messo in evidenza dalla storiografia, indicando l’avvicinamento i tal o-francese, sanzionato dal viaggio di De Gasperi a Bruxelles e Parigi (20-23 novembre) e dall’incontro tra Sforza e Schuman a Cannes, (20-21 dicembre) come il momento in cui il governo di Parigi, per ragioni proprie, assumeva come obiettivo francese la piena partecipazione dell’Italia al Patto atlantico, come le settimane successive avrebbero reso manifesto.
I documenti pubblicati in questo volume provengono da diversi Archivi pubblici e privati, In primo luogo, e per la maggior parte, essi provengono dall’Archivio storico del Ministero degli Esteri utilizzato, come di consueto, in tutte le sue componenti (Telegrammi segreti ed ordinari 1, Segreteria Generale, Gabinetto, Affari politici, Affari economici, Ambasciate d’Italia a Washington, Parigi, Londra e Mosca). La ricerca è stata completata con la consultazione delle carte conservate presso l’Archivio Centrale dello Stato e presso l’Archivio dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito, nonché dei documenti dell’Archivio privato Sforza (per la parte non versata all’Archivio Centrale dello Stato), e dell’Archivio privato De Gasperi messo gentilmente a disposizione della signora Maria Romana De Gasperi che, unitamente al prof. Pastorelli, ringrazio sentitamente.
La pubblicazione di questo volume, come di molti volumi dei Documenti Diplomatici Italiani, non sarebbe stata possibile senza la risolutiva collaborazione delle dott.sse Antonella Grossi e Francesca Grispo cui si devono la ricerca archivistica del materiale, la sua preparazione per la stampa e la predisposizione dell’indicesommario e della tavola metodica. L’indice dei nomi è opera della dott.ssa Paola Tozzi Condivi che ha anche collaborato alla ricerca archivistica ed alla preparazione del materiale per la stampa. La trascrizione dei manoscritti è stata effettuata dalla sig.a Andreina Marcocci.
Un ringraziamento particolare debbo anche al prof. Pastorelli, Presidente della Commissione per il riordino e la pubblicazione dei DDI. Senza tale collaborazione il volume sarebbe stato privo di alcuni documenti importanti provenienti dalla carte De Gasperi, che il prof. Pastorelli è riuscito invece ad ottenere, così da rendere la documentazione del tutto esauriente.
È impossibile dunque licenziare il volume per la stampa senza esprimere la più profonda gratitudine per la dedizione, la passione e la competenza con cui il lavoro è stato condotto a termine.
ENNIO DI NOLFO

I Documenti Diplomatici Italianiultima modifica: 2017-10-23T23:34:09+02:00da alessandro-54
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